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sabato 8 marzo 2014

La recensione-sfida del sabato: Pus Vomit - Stoned to Death EP


La cosa più ganza di questo disco (vabbè: EP) è che i Pus Vomit sono FILIPPINI. Filippini, come lui.


Cioè no, come loro.

Questi due sono i migliori bodybuilder delle Filippine, e neanche loro fanno tanta paura. Considerate poi che i PUS VOMIT sono loro.


Ma d'altra parte oh, anche i Death Angel erano filippini e allora che cazzo ne so io. Comunque mi sono informato ed ho scoperto che la scena GORE filippina è molto fiorente, forse hanno preso spunto dai film dei cannibali di Deodato, cazzo ne so io. Cmq chissà per quale motivo negli ultimi anni sono venuti fuori gruppi come RUDRA e CHTONIC, e per "venuti fuori" intendo "hanno venduto venti copie". Che poi magari non sono neanche delle Filippine, comunque Asia o giù di lì, ecco. I Pus Vomit sono come loro, ovvero ignoranti, grezzi e suonano come un maiale baritono che viene sgozzato mentre un negozio di pentolame viene fatto esplodere con delle miccette. Insomma, un po' come se i primi Napalm Death incontrassero i Mortician!

Ma è bello? CAZZO SE E' BELLO!

Ora vado a riascoltarmi Lucio Battisti.

Voto: ***

mercoledì 5 marzo 2014

Ego nuntio vobis gaudium magnum...


...torneranno questa settimana le RECENSIONI SFIDA DEL SABATO, in passato appuntamento imperdibile per i cinque lettori di questo blog. E quale modo migliore per ricominciare dell'atteso (???) arrivo del nuovissimo EP dei PUS VOMIT?


sabato 2 marzo 2013

La recensione-sfida del sabato: ENBILULUGUGAL - THE DAY AFTER

Aaaahh, i concept album! Hanno ispirato capolavori fin dagli albori del rock! I concept album mi hanno sempre ispirato, i migliori hanno saputo fondere testi, musiche ed atmosfere in un tutt'uno superiore alla somma delle parti. Penso a 2112 dei Rush, Welcome to my Nightmare di Alice Cooper, Dead Winter Dead dei Savatage... se ne potrebbero nominare decine. Imbarcarsi nell'impresa di scrivere un coerente concept album non è facile, e questo lavoro dei simpaticoni ENBILULUGUGAL è proprio un'impresa... Diciassette pezzi (ma io ne ho ascoltati 6 perché poi basta, cazzo) che narrano vicende ambientate in un mondo post-apocalisse nucleare. Un disco con un forte messaggio antimilitare e fuck the system e boh, sonasega.

Il duo degli ENBILULUGUGAL (Izedis Apirikubabasazuzukanpa alla voce, KumSlinger a basso e chitarra, Antihuman alla batteria, che ha sostituito il mitico Alcoholnomicon, peccato) ha scritto pezzi come From Russia With Love, Rat Stew e Food Supplies: Unreliable. Ma mi piace ricordare anche brani di loro album precedenti (ne hanno sfornati un gazzilione tra autoproduzioni, demo, split...) come NunSucking Necrophiles, Nariluggaldimmerankia, Shred Vaginal Flesh e la mistica RAPED BY MAMMOTH (oltre a diverse canzoni che parlano di sesso con le capre).

La loro immagine è una sorta di black metal anarchico, molto primordiale, la loro musica è noise. Ma proprio noise nel senso di casino, gente che bercia, sbatte pentole, si ubriaca e alla fine vomita dappertutto, signora mia questa gioventù... Non si capisce una sega. E' quel noise che alla fine, se lo ascolti bene, sotto ha anche qualche accenno di musica buttata lì, ma quando riesci a sentirla ormai sei diventato sordo o idiota. Mi ricorda i bei tempi andati quando appena maggiorenne provavo (senza successo) ad ascoltare gente inutile come i CAZZODIO o gli ABRUPTUM di Obscuritatem Advoco Amplectere Me.

Mi stanno simpatici. Se il loro cd non fosse limitato a 99 copie vendute nella custodia di un dvd (essì) lo comprerei, ma cavolo, dal Vieri non ce l'hanno mica. Dannazione. Cosa ne pensi, Brick?

Già!

sabato 23 febbraio 2013

La recensione-sfida del sabato: ED SHEERAN - +

Mai sentito nominare, Ed Sheeran, ma essendo l'album di esordio di un ragazzetto inglese poco più che ventenne che mi ha fatto sentire mia sorella... beh, non mi aspettavo nulla di buono. Però la prima canzone si chiamava A-Team, io mi aspettavo P.E BARACUS, quindi perché no, ascoltiamolo!

...però no, non c'entra niente col vero A Team. E' pop-folk nemmeno troppo male, però tutto uguale, fatto da un ragazzetto roscio di capelli che gioca a fare l'indie e intanto ha avuto CINQUANTA MILIONI di visualizzazioni su Youtube (quasi quanto Two Girls One Cup!).

Un paio di pezzi (Drunk, The City) sono un po' più briosi, il resto è un Paul Simon aggiornato a qualche sonorità un minimo più moderna. Ma neanche tanto.

La prossima settimana torniamo a qualcosa di più divertente, tipo i MUCUPURULENT! :D

sabato 16 febbraio 2013

La recensione-sfida del sabato: MARCH THE DESERT - s.t.

C'erano una volta i Black Sabbath. E' anche possibile che ci siano ancora, ma visto che Ozzy ormai è un rincoglionito non vale più (vedi post Bisogna saper smettere). I Black Sabbath, fin dal loro primo storico disco, ci hanno insegnato che pesantezza e velocità non sono necessariamente la stessa cosa, creando un genere con il loro hard rock sulfureo, i riff gravi e rocciosi di Tony Iommi, la perfetta sezione ritmica, le occasionali tirate psichedeliche e la voce sgraziata di Ozzy a condire il tutto.

Sono passati 43 anni da Black Sabbath, e ancora oggi escono gruppi che alla musica del quartetto di Birmingham debbono tutto. Prendiamo i March the Desert, ad esempio. Questo gruppo di Brighton (sempre negli UK) è stato fondato nel 2007 ma solo oggi rilascia l'autoproduzione di esordio, auto intitolata, che mi ha interessato perché l'ho letta definita come Psych based sludge-doom-stoner metal. Generi che mi piacciono, e quindi...

Il problema è che messo il disco sul lettore è partito il miagolio di un gatto spiaccicato.



Francamente è un peccato, perché il gruppo non è malaccio. I riffoni sono classicamente doom/stoner, ma belli massicci, la sezione ritmica è puntuale e i March the Desert assomigliano molto a una rivisitazione dei Saint Vitus (ascoltateli) in chiave più psichedelica e settantiana.

Principale errore della band è forse nella scelta del primo pezzo, March, troppo lungo e ripetitivo e nel quale il cantante Sam Grange è al suo peggio. Poi un po' si riprende, ad esempio in Mizar, il brano sopra riportato. Non è Messiah Marcolin ma insomma, alla fine nel genere non serve essere chissà cosa... un po' di sforzo in più nel mixaggio avrebbe però giovato.

Un pregio del disco è la durata, 6 pezzi per 33 minuti. Esagerare non avrebbe giovato loro, visto che ovviamente la dinamicità non è il loro forte. Meglio scrivere poco e ben(ino)e che cercare di riempire ogni secondo del disco di musica. A proposito, se vi interessa li trovate su bandcamp.

Anche i testi non sono niente male, superiori alla media. Niente di originale, insomma (la band dovrebbe trovare una propria identità), ma in confronto agli altri gruppi apparsi nella recensione-sfida del sabato questo è oro.

Però seriamente, cambiate cantante.

domenica 10 febbraio 2013

La recensione-sfida del sabato: UNKNOWN MORTAL ORCHESTRA - II

Le recensioni che si trovano in giro di questo disco parlano di tutto tranne che di musica. Ruban Nielson, chitarrista-mastermind della band e "uno dei musicisti più influenti della Nuova Zelanda" (come se ci fossero altri musicisti in Nuova Zelanda, andiamo) ha un tatuaggio di un occhio sul suo chakra del collo, ha vissuto in uno yurt con sua moglie e i suoi due bambini... in Oregon, non in Mongolia, ha firmato un contratto discografico su un fazzolettino di un bar e ha composto gran parte di questo disco su pezzetti suonati al telefono.

Si sente, visto che la qualità è questa.


La Sara sostiene che gli Unknown Mortal Orchestra sembrano i Beatles che suonano come i Nirvana. Aggiungerei io, ma con la capacità compositiva dei Baustelle.

Il tizio prima aveva un gruppo punk, i Mint Chicks, trasferitisi negli USA per seguire il sogno. Ma non ha avuto successo, chissà come mai. Tralaltro sono rimasto convinto per giorni che invece che Mint Chicks si chiamassero Mint Cocks, sarebbe stato un nome molto più figo! Secondo me con quello avrebbero sfondato.

BONUS: volete scoprire anche voi cosa si trova cercando "mint cocks" su google immagini? So che lo volete.

Come dite, volete che parli del disco? Della musica? Non vi basta questa foto della band per capire?


O se non vi è bastata, questa.

vi calzano a pennello!

No, via, volete proprio che vi dica che questo è un disco indie-lo-fi-psychedelic pop che scassa veramente il cazzo, con alcune parti di chitarra quasi-noise che ricordano vagamente il passato punk del tizio e che fanno venire voglia di ascoltare i Genesis, giuro. Anche Emerson Lake & Palmer. Voglio ripulirmi le orecchie da sta roba.

Ah, hanno una strega a tette di fuori in copertina (lo dico perchè spero di trovare "strega a tette di fuori" tra le chiavi di ricerca usate per trovare il blog).

è una vera strega, si chiama Janet Farrar ed è molto famosa nell'ambiente dei malati di mente della Wicca

sabato 2 febbraio 2013

La recensione-sfida del sabato: RECTAL COLLAPSE - PENETRATING IN YOUR ABDOMINAL CAVITY


E' stata dura, ma ce l'ho fatta. Ho ascoltato per ben DUE volte Penetrating in your abdominal cavity, album d'esordio dei brasiliani Rectal Collapse. Ma non ci dovrebbe essere neanche bisogno di dirlo, il logo della band è chiarissimo. Il gruppo si è formato nel 2000, ma arriva solo dopo 12 anni alla propria prima release ufficiale (di cui abbia notizia). Dodici anni (il disco è uscito a settembre 2012 per la notissima (?) Lab 6 Music) che sono serviti al gruppo per mettere a punto le proprie armi di distruzione di massa, un death metal con influenze thrash e testi tra l'anatomo/patologo alla Carcass, però con una ventina di anni di ritardo, e lo splatter più puro. Dall'opener Dissection, Necropsy and Infection fino alla conclusiva Abscess in Intestinal Tissue la band ci canta di omicidi, autopsie, strane malattie e ci mettono pure uno strumentale intitolato fantasiosamente  Thrombotic thrombocyropenic Purpura, che lo cercherei su google ma ho paura.

e invece l'ho cercata, ed ho scoperto che l'ha presa pure Johnny Bravo

Che tra parentesi, che figata era Johnny Bravo? "Ehy bellezza, ti va di uscire con me?" Faceva ridere quasi quanto Dave il Barbaro o Mucca e Pollo. Anzi no, niente faceva ridere come Mucca e Pollo.


Ma torniamo al gruppo, che vede come suo esponente più noto il batterista Leonardo Manchilha, già nella brutal satanic death metal band Ophiolatry (che scopro persino avere una pagina Wikipedia). Le linee di batterie in effetti sono la parte migliore del disco, precise e potenti, anche se... beh... tutte uguali. Ma non si può avere tutto.

Ci sono fondamentalmente due tipi di gruppi death metal, quelli iperveloci (e spesso ipertecnici) che fanno YAAAAAAARRH YAAAAAAARRH YAAAAARH e quelli coi riffoni lenti e i chitarroni zanzarosi che fanno RRROOOHH RROOOHH RRROOOOOHH. I Rectal Collapse, con mia grande sorpresa, si pongono nella seconda categoria, prendendo come numi tutelari i sommi Obituary. Non a caso il secondo pezzo dell'album si chiama Causes of Death, quasi come uno dei dischi migliori dello storico gruppo dalla Florida. Anche se i Rectal Collapse sembrano più puntare al marciume di Slowly we Rot.

Il cantante/bassista Luis Rodrigues e l'altro cantante/chitarrista Alexandre Augusto alternano una voce più profonda e growl a un altra che per qualche breve passaggio sfiora lo screaming. Questo, ovviamente, per vivacizzare un minimo l'album, anche se in realtà la solfa viene a noia dopo mezza canzone.

Il disco dura 45 minuti che sembrano durare 8 ore. Problema principale, oltre alla scarsissima inventiva, è il guardare esclusivamente ad un passato musicale che non va più di moda, e a dire il vero di moda non lo è mai stato più di tanto. Consiglierei quindi ai membri succitati del gruppo (senza dimenticare l'altro chitarrista Anderson Francisco) di cambiare strada e di cercare lavoro come infermieri in un ospedale psichiatrico, assistenti macellai o aspiranti serial killer.

Anche le foto promozionali fanno tanto 1994

Non bravi, ma belli.

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